|
Finalmente, una trasmissione impossibile, anacronistica, mi veleggia, volteggia, l’essere frequentato dall’errore del vero sí come soffio asincrono della vita impensata. Ecco, non dico niente. Sto precisando in voce che non dico niente. Un "non dico niente" che, così, risuona. Non dico niente. Soffio di vento, divento soffio. Importa solamente come suono, questo non dico niente. Anche se orale, è niente fuori da timbro e tono. Aria d'ascolto emessa da un pensato logico senso? No. E perchè nulla, nulla m’è consentito dire che non sia equivoca volontà intenzionata di questa mia identità, vanita? Io sono il vortice inpensato della trottola, il movimento e la sua negazione, sono l'anti-umanesimo, Lorenzaccio che decapita le statue, Aguirre che si firma il traditore: Carmelo Bene, perché, soggetto alla necessità del nome, come rassegnazione al destino. Così come il tutto interdisciplinare mi indisciplina nel degenere estetico, mi sono degradato anche a poeta, ho scritto la voce, troviero d’un poema, ‘l Mal de’ Fiori’, perché leggere è scrivere il soltanto lettore è un fuori tema, è un parvenu di fronte a un foglio sempre più sbiancato. Ho di-scritto la voce con quella nostalgia che riserviamo alle cose che non sono mai state, da per sempre mancate; le cose, queste, sole, indimenticabili, nello sconcerto degli spettacoli oltre il senso: teatro senza spettacolo del senso, ricerca impossibile, come rigorosa impossibilità del trovare negli eventi di scena laddove si consuma il rifiuto dell’arte, inteso come rifiuto dell’umano; soprattutto il rifiuto dell’umano linguaggio nella sua eterna fucina delle forme. Ebbene, negli spettacoli sconcerti ho di-scritto la voce dell’inorganico,dell’inanimato, dell’amorfo, del non risuscitato alla smorfia dell’arte lasciandomi possedere dal linguaggio e non disponendone, sí come dato in quasi tutta l’espressiva cartolina del novecento poetico nostrano. Da dove ho cominciato a farla finita una volta per tutte con il di-scorso. Nessun problema finalmente, un incipit è di per sé la fine. La favoletta biblica relativa alla dannazione caotico-linguistica inflitta alla gentaglia tracotante, rea di quell’aver tirato su la torre di Babele, oltre che falsa e stolida, non ha un bel niente di eccezionale; babelica davvero è ogni nostrana erranza linguacciuta nella variazione perpetua di qualsiasi mancato presente in divenire. Siamo quel che ci manca, da per sempre. Lo so, mi sa, che il nostro delirare in voce è un differire la morte, ché noi si muore appena abbiamo smesso di parlare, appena abbiamo smesso l’illusione d’essere nel discorso (consultare Saussure ecc.). È strarisaputo che il discorso non appartiene all’essere parlante. Lo so. mi sa... L’essere è il nulla, dunque noi non ci apparteniamo, quando crediamo d’esser noi a dire, siamo detti. Nel discorso, l’arroganza volitiva d’ogni mia intenzione è irrimediabilmente frustrata e dal momento che non siamo noi i dicenti ad argomentare in voce, ciò che ci frulla in mente, così come non sei, puoi dire nulla. Questa mia voce è me attraverso un medium equivoco di un discorso altro dal presupposto, virgolettato, mio discorso. Il dire è la messa in voce, altra da questo o quel pensiero argomentato, voce che perciò dice nulla (vedi Carlo Sini a proposito della voce e il fenomeno in Derrida). Si può solo dire nulla, destinazione e destino d’ogni discorso. Ma solo questo nulla è proprio quel che si dice: la verità del discorso intesa come esperienza stessa del suo errore. Altro non resta che in tutto abbandono lasciarsi comprendere dal discorso senza appunto la nostra volontà di intenzione. “Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e Nietzsche mutuato in un distico di Montale). Che miseria, nevvero, che miseria, l’ostentazione risibile del così detto opinionismo nella straripante società dello spettacolo, delle zuffe tv, nelle tribune politiche elettorali, nei convegni accademici, e nei sempre audiovisivi intrattimentacci dove ciascuno a turno è straconvinto di dire proprio la sua, peggio ancora se si illude di mentire, di fingersi come avviene per gli interpreti a teatro, ce n’è fosse uno! Mi sono ripetuto dimostrandolo mille e più volte, che il termine attore ha il suo etimo nell’agere retorico, e nemmeno per sogno nel verbo agire. E, nonostante la solarità della mia lezione, questi frenetici spazzini del proscenio seguitano a naufragare, dove? Nell’identità, scoreggiona del teatrino occidentale, patronale del testo a monte, prosternati davanti alla morale del senso, alla strisciante servilissima venerazione dei ruoli, all’insensatezza psicologica, alla verità verbale coniugata alla più insulsa stucchevole frenesia del moto a luogo, alla rappresentazione, insomma, dei codici di stato, come se a tanta indecenza non provvedesse la virtualità della vita tout court. E non c’è soluzione, perché non basta soltanto non essere ignorantissimi, è il non esserci che è indispensabile. Ma ciò è impossibile se prima non vi siete chiodati qui, nella svuota crapa, che l’io, l’ iioo l’io dell’uomo ha creato Dio e non viceversa, che insomma il vostro Signore inquilino del superattico tra le nuvole non ha giammai disposto del proverbiale talentaccio del chi s’è fatto da sé, e per di più dal nulla. Il catechismo dogmatico devozionale non è teologia, Don Ockham il Dottore addusse a prova dell’Iddio esistenza che noi si può pensare anche le cose che non esistono. Complimentacci Monsignore …acci. Già” |
domenica 20 gennaio 2013
Quattro momenti su tutto il nulla - il linguaggio
Etichette:
Carmelo Bene,
linguaggio,
Quattro momenti su tutto il nulla
giovedì 17 gennaio 2013
Assenza - "Solo è chi manca e perciò ritorna"
Che mai patologia perversa costringe il miserabile a consegnarsi ai voti claustrali delle Muse? (C.B.) Ma voi, vivi a casaccio che sputate sulla vita che è stata; voi interpreti arroganti (non solo del passato putrefatto, ma - del non più - presente codificato), voi non sarete mai. Solo è chi manca e perciò ritorna. (C.B.) El crimen fue en Granada
a Federico García Lorca
Se le vio, caminando entre fusiles,
Antonio Machado
|
Etichette:
Antonio Machado,
arte,
Carmelo Bene,
Federico García Lorca,
poesia
mercoledì 26 dicembre 2012
Quattro momenti su tutto il nulla: l'arte
Momento 4° Parlami! Ti ho invocato nelle nottiAccidenti ai quattrini! accidenti alla cartaccia moneta: questa orrenda matrigna dell’arte... di tutte le arti ... mestiere infame, questo dell’artista, da sempre, nell’eterno quotidiano della vita invivibile, indissolubilmente coniugato alla piccolo-borghese fatalità del miserabile! Coniugato a tal punto che quest’ultimo, poveraccio spregevole termine potrebbe benissimo sostituire l’altro (cioè quello dell’artista) in un più intransigente dizionario. A un individuo abbiente e rispettabile non verrebbe mai in testa di vivacchiare con ciò che è detto "arte". Arte: il più astruso e stupido tra gli espedienti. Non venitemi per carità a dire che si frequenti un’arte proprio perché stregati dalla implicita stupidità. No, non è così. Chiunque è in grado d’essere un idiota restandosene quieto e scioperato. Che mai patologia perversa costringe il miserabile a consegnarsi ai voti claustrali delle Muse ... A chiodarsi all’infamia della crocetta estetica... Son tante, troppe le motivazioni. E tutte mica tanto decorose, a cominciare dalla vanità esecrabile dello stimolo maternale insensato dis-umano. Al famigerato ruotare attorno al solito perno dell’esser padre delle proprie opere, farina del suo sacco, parto du sua esclusiva fantasia, intellettiva maternità virile, ecc... ecc... eccetera... Come fosse possibile, scontato, l’essere autori d’un qualche cosa. L’autorialità è un doppio falso: nell’idea che la origina e nell’artificio che quell’idea stravolge, realizzandola. Un altro impulso alla minacciosa professione estetica è senza dubbio costituito dall’ansia individuale d’esprimersi, cioè manifestarsi attraverso la produzione di materiali eterogenei, infiocchettati, quanto — si crede — basti a suscitare l’emozione spettatoriale (simultanea al configurarsi dell’oggetto bello) e all’attenzione della stima critica... Ma se codesto — chiamiamolo risultato artistico — è così vilmente subordinato al successo decretato dalla visione altrui e all’apprezzamento critico, la fantomatica aristocrazia del simbolico lavoro è degradata a vilissimo posto di lavoro, se non addirittura svergognata a dopo-lavoristico galeotto sollazzo. Senza, per giunta, trascurare il fatto che, sulla scorta insana di eccezionali precedenti illustri, la massa degli addetti all’artificio è spesso incauta vittima di alterazione psichica, stordimento alcolico, narcotico, fino alla più gratuita autodistruzione. - E adesso Kate, mi dirai il perchéQuando alla dissennata volontà d’esprimersi si coniuga il tarlo ambizioso della comunicazione, ecco instaurato il circolo vizioso dell’estetica contemporanea: estenuante ricerca di un uditorio convocato a subire tanto insistente esibizionismo. La storia dell'arte, salvo rarissime eccezioni che la eccedono, appunto, è una routine consolatoria e decorativa. E qui nessuno ha voglia d’essere consolato. Anzi, intende restare inconsolabile. Decoro e non décor. Non è qui il caso di commiserare ancora la malafede dell’usurata vocazione al bello, o al bello-brutto che sia, perché qualsiasi scappatella estetica, qualunque impresa artistoide è già ideologicamente condizionata dal pre-concetto del bello in sé. Altro che scelta e libertà espressiva! L’intento è già esitato. L’arte come servizio sociale... ma è un servirsi degli altri al solo scopo d’uno sfrontato personalissimo tornaconto nel riconoscimento pubblico. Già, il riconoscimento pubblico. Artisti (miserabili) e relativi (miserabili) fruitori. Lo schizzinoso, platonico "distinguo" tra originali, simulacri e copie: riflesso innumere di replicanti: genia clonata. Eh! L’arte!... rompicapo demenziale nel de-cretino favoreggiamento d’ogni ministero dei beni culturali, istituito a vezzeggiare le morte croste d'autore, al solo scopo di scongiurare la vertigine del presente impensato della vita, ad arrangiare lager museali per turisti che abusano del proprio tempo incomprensibilmente libero. Vediamo d’uscirne evitando inutili gineprai. Tutto il falso problema della produzione aristica è sempre questo pervenire a questa o a quella forma e comunque, solamente a una forma (identificata al suo contenuto); ma questa forma è nient’altro che una traccia residuale di un chissà che altrove, tuttavia, inespresso e puntualmente tollerato e spacciato dall’artista. Che fare? È chiaro, quanto meno nell’intento e nel metodo: bisogna eccedere le forme. Una sottrazione, questa: che si può ottenere anche tramite un sistema additivo, evitando insulsaggini come il quadro bianco, il teatro nel teatro, la musica fortuita, ecc... ecc... eccetera... Una sensazione, non è forse questo l’unico auspicabile riconoscimento d’ogni prodotto estetico?... Una sensazione incorpora tutti i nostri sensi e ciò mi suggerisce la figura d’un artefice che, attendendo a un’opera, vi proceda con il concorso d’ogni artificio disciplinare, rifiutando qualsivoglia specifico d'arte. Così operando (nel senso, appunto, chirurgico d’un coroner), evita di scempiare il suo oggetto-cadavere, amputandolo di questo o di quell’organo. E proprio in questa apprensione quasi tensione interdisciplinare, merita a questo artefice la sacrosanta indisciplina, rigorosissima indisciplina, la grazia, insomma che, sola, ultracosciente necessità, lo affranca dalla penosa individuabilità che contrassegna il genere specifico dell’artista. Quando ci si dice: "io non sono pittore, è allora che bisogna dipingere" (Van Gogh). Né pittore, né musico, né letterato, attore, ecc... È questa estrema, totalizzante, globalità d'artefice a spacciare qualunque relatività d'artista, decretando anche il tramonto definitivo della critica settoriale. Ecceduta l’arte — della Storia dell’arte! — è finalmente vanificato ogni imbellettamento critico dell’esistenza. Un cuore e basta e degli sguardi senza le smanie della conquista. Sono così estenuato d'arte, questo ripetermi. Che mal di testa!Sì, come ho detto altrove a proposito della voce (fonesi scritta e orale), della voce variopinta nei pittogrammi della scrittura, è visibile anche tantissima musica (eccettuata la schopenhaueriana volontà cieca in Rossini). Mi fastidia, soprattutto nello specifico delle arti visive, questa volgarità dell’immagine come mediazione, come tara ereditaria delle categorie ontologico-linguistiche del pensiero. La mia frequentazione cinematografica è ossessionata dalla necessità continua di frantumare, maltrattare il visivo, fino, talvolta, a bruciare e calpestare la pellicola. M’è riuscito filmare una musicalità delle immagini che non si vedono, per di più seviziate da un montaggio frenetico. Questa mia fobia dell’immagine non è iconoclastia fine a sé stessa; l’ho dimostrato in scena eccedendo il teatrino del testo, fino a separare il teatro dello spettacolo, così come nella teoria della crudeltà di Antonin Artaud, quel che conta nell’arte non è il prodotto artistico, ma il prodursi dell’artefice in rapporto al quale (qui Jacques Derrida è impeccabile!) l’opera non è che una ricaduta residuale, un escremento (nell’etimo: ciò che si separa e cade dall’organismo vivente, dalla vita). L’arte è la vita come irripetibilità dell'evento, vivente una volta sola. E perciò l’opera è il materiale morto, è il cadavere evacuato dall’evento. Il destino d’ogni opera d’arte non è nell’opera. È arte all'opera, è il prodursi dell’artista che trascende l’opera, è la sensazione che ci investe davanti alle tele di Francis Bacon. Un genio è soprattutto colui che eccede le sue opere. L’atto dell’esecuzione artistica è più determinante dell’opera esitata. E qui cito ancora Derrida alla lettera: Il genio lascia delle tracce, delle opere, dei residui, ma quanto è veramente geniale e artistico si trova nel ductus, nel gesto della firma, più che in ciò che resta della firma. Da qui, ogni arte sarebbe senza opera e, forse, senza artisti. Ormai ridotta a una sorta di collage di massa, qualunque impresa artistica ha la sorte che merita: dall’evasione dalla vita alla labirintite intellettuale, dalla reiterazione del teatro totale wagneriano alle traveggole del multimediale, dalla volubile gratificazione del mercato alla burocrazia della committenza democratica. L’artefice non è mai autore d’una propria opera. È di per sé, semmai, un capolavoro vivente. Oh quest'ora fugace... |
Etichette:
arte,
Carmelo Bene,
Quattro momenti su tutto il nulla
martedì 29 dicembre 2009
Pinocchio
— Crì-crì-crì! — Chi è che mi chiama? — Sono io! — Dimmi, Grillo: e tu chi sei? — Io sono il Grillo-parlante, ed abito in questa stanza da più di cent’anni. — Oggi però questa stanza è mia, e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro. — Io non me ne anderò di qui, se prima non ti avrò detto una gran verità. — Dimmela e spìcciati. — Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente. — Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per amore o per forza mi toccherà studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido. — Povero grullerello! Ma non sai che, facendo così, diventerai da grande un bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco di te? — Chétati. Grillaccio del mal’augurio! — E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane? — Vuoi che te lo dica? Fra tutti i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo, che veramente mi vada a genio. — E questo mestiere sarebbe?… — Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo. — Per tua regola, tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono sempre allo spedale o in prigione. — Bada, Grillaccio del mal’augurio!… se mi monta la bizza, guai a te! — Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!… — Perché ti faccio compassione? — Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno. |
Etichette:
Carmelo Bene,
Grillo parlante,
Pinocchio
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
