domenica 20 gennaio 2013

Quattro momenti su tutto il nulla - coscienza e conoscenza

Momento 2°


Che dire? Niente. Sogno d’essere un tale che intestardito d’esserci ci pensa. Lasciamolo pensare. Nulla esiste e, ammettendo che esista, non potremmo conoscerlo. E se ci fosse possibile conoscerlo, non avremmo alcun modo di comunicarlo. Suona così nei secoli dei secoli il ceffone di Gorgia a quel Parmenide che ha inventato l'Essere, identificato con il pensiero. Basta! Sgombriamo il campo recinto dallo specifico impensierato, le sabbie mobili di ogni filosofia linguistica, sgombriamo il campo da qualsivoglia impossibile comunicativa destinazione, abortita ogni smania e insulsa del proferire ad essere compreso. Tutto che mi si è appreso nei mill’anni, che mi s’è appreso sì come appiccicato addosso ma disappreso. Ho in orrore parola e pensiero e non soltanto perché mascherato sotto sghignazzi, smorfiato l’auto inganno, l’errore, ma parola e pensiero intesi proprio in quanto illustrazioni, immagini, colorati segni di che si veste ogni speculazione linguistica. È un’onta questa, un’onta ottica, più che ontica, a fastidiarmi e come. Stracolorata figura è ogni scrittura cartacea o detta. Saussurre chiama ‘immagine acustica’ il significante, la voce è stradipinta, volgarità espressiva imputtanata dell’orale intenzionato che è rosso fin nelle più bambine articolate sillabe. Vento al vento, soffiate. Questa voce, questa mia voce che qui ora mi ciabatta, distorta nell’erranza del discorso, nello sconcerto evento dei miei spettacoli oltre il senso (teatro senza spettacolo) è il senso, è ricerca impossibile come rigorosa impossibilità del trovare. Questa voce si fa cesura tra parola e cosa, tra linea e forma, tra voce e lògos, tra detto e dire, tra attore e ruolo nella rappresentazione disattesa, mancata. Questa voce è quanto si sottrae al linguaggio, ne spettina, ingarbuglia la comprensione intollerabile come un timbro prodotto dalla simultaneità di due vibrazioni che non coincidono esattamente. Il lavorio della cavità orale provoca la spaccatura attore-ruolo, ma anche al suo stesso interno questa stessa voce vomita sulla scena l’abbiezione del senso e del soggetto in una plurivocalità del dire, che consente di sentire in molteplice all’interno della parola. È come ha detto in merito Camille Dumoulié, è introdurre sulla scena colui il cui nome è legione, il dia-bolico contro il sim-bolico.
Macbeth - Aaaahhh!... No! Chi di voi ha fatto questo?... Non puoi dire che sono stato io... E non mi scuotere in faccia i tuoi capelli insanguinati. Guarda guarda... guarda!
Einstein concepisce la conoscenza come la cosa più incomprensibile dell’universo. Ogni larvata forma di conoscenza è indissolubilmente ancorata alla mediazione linguistica che ci condanna alla perversione del significato, a una presunta oggettità altra rispetto al sedicente soggetto che la designa. L’umanità parlante ha da rassegnarsi alla necessità gratuita della mera nominazione orfana del soggetto e dell’oggetto. Se cerchiamo di considerare lo specchio in sé finiremo per scoprire su di esso nient’altro che le cose, se vogliamo cogliere le cose ritorniamo in definitiva a nient’altro che lo specchio: questa è la più universale storia della conoscenza, chiosa d’un genio, contraffazione ottica, appunto, da cui il famigerato guardarsi dentro, autentico strabismo che nell’equivoco di una risibile sfera interiore tanta insania ha definito‘coscienza’. L’Amleto che se ne scopre privo si proclama, in mala fede, vigliacco. 
Orazio - ... lo spettro che ho veduto potrebbe essere il diavolo; se vuole un diavolo può assumere gli aspetti anche più cari; un diavolo, potentissimo com'è, può cogliermi in quest'attimo di spleen e malinconia e menarmi a perdizione. No!... Non mancheranno altre più serie occasioni al mio intento [...]
Orribile orribile troppo orribile!... Se c'è ancora in te sentimento umano, tu non puoi sopportare tutto questo. Non permettere che il talamo regale di Danimarca sia ridotto a uno strame per la lussuria e l'incesto abominevole [...]
Essere o non essere, questo è il problema?... Forse più nobile ....... o ribellarsi........ morire dormire più nulla?!... E con un sonno fermare i battiti del cuore e le infinite offese della carne?!... .......... Morire dormire dormire forse sognare... Si racconta più di un assassino che sedendo a teatro ad ascoltare un dramma preso e profondamente scosso dall'artificio scenico subito lì dov'era rivelò il suo delitto?!... Io farò questi attori recitare un qualcosa di simile alla morte di mio padre davanti a mio zio?!... Ne seguirò il contegno, lo toccherò sul vivo?!... Se appena ha un fremito saprò il da farsi?!... Il dramma è la trappola in cui sorprenderò la coscienza del re... Puah!...
Baritono [zio Claudio] - Padre ti sono ancora. / Lo credi a questo pianto. / Il volto mio soltanto / fingea per te rigor.
Orazio - ... Ora è il momento giusto, ora che sta pregando, ora lo faccio?!... Così va in cielo e io son vendicato?!... Ma... un momento un momento: la canaglia mi assassina il padre e da quell'unico figlio che sono, quella stessa canaglia la mando in cielo?!... Questo è render servigio e non vendetta?!...
Quanto ai rimorsi di coscienza, Villiers de L'Isle-Adam in uno dei suoi splendidi e feroci Racconti crudeli narra d’un vecchio attore sopravvissuto alla sua lunga carriera sprecata nella rappresentazione simulata dell’altrui vissuto, frequentato soltanto come lettera vuota, riferita dalla cadaverina dei defunti testi; vecchio attore che, finalmente preso dalla curiosità di sinceramente sperimentare un tantino d’umano in vita autentica, si dispone a concedersi una vera passione e tra le tante decide per il ‘rimorso’. Incendia tutt’un quartiere parigino e spettatore tra la folla esterrefatta, compiaciutissimo, ne contempla l’orrifico esecrabile disastro; s’apparta quindi in un vecchio faro costiero, un habitat di cui ha già provveduto a farsi eleggere guardiano, e qui s’infervora a sfogliare la tantissima cronaca nera del suo misfatto, evidenziato ovunque a tutta pagina dall’indignata stampa nazionale, aspettando fiducioso l’insorgere sacrosanto dei rimorsi che tuttavia tardano a manifestarsi. I rimorsi da lui devotamente sollecitati, incrementando intanto l’entità del proprio crimine con il provocare catastrofi marine omettendo o alterando i segnali opportuni. Scorrono giorni e notti in vano. Niente! Nessun rimorso. Nessun rimorso inquieta la sua coscienza. L’etica non ha senso di colpa, né rimorsi.
Baritono [zio Claudio] - Come il bacio di un padre amoroso
l'abbi tu bel mio amato stranier.
Come il bacio di un figlio pietoso
a me burlo, figuri figuri il pensier.
Amleto - Io che ho esordito con il dovere
di rammentarmi l'orrido
Orrido orrido orrido evento
Per esaltare in me la pietà filiale
Per far gridare l'ultimo
L'ultimo grido al sangue
di mio padre mio padre mio padre...

Io che ho voluto riscaldarmi il piatto
Riscaldare il mio piatto della vendetta
Ecco che invece ho preso
Ho preso gusto all'opera

Mi scordai di mio padre
Mio padre mio padre
assassinato il bravuomo
assassinato

Mi scordai di mia madre
Prostituita
(M'ha distrutto la donna questa visione)

Il mio trono ho scordato
il mio trono il mio trono

Me n'andavo a braccetto d'un bell'argomento
Il mio trono il mio trono

Che mostro Istrione, sì...
Musicalissima incoscienza. E qui si che l’etica fà scempio della morale, paternità e regalità oltraggiata, irresponsabilità d’amor filiale, maternità ingombrante prostituita, contenuti e valori storici svuotati dalla pura beltà dell’argomento, onorabilità dimissionaria, social-civile dovere pubblico obliterato, mutuo soccorso e concetto di prossimo dissolti, popolo e patria esplosi, umanità e umanistica cultura vilipese, siccome solo in sogno t’è dato di sognare. Cultualità [è] il lavoro salariato, riconsegnati a loro, al disonore: condominio, famiglia: in pattiumiera; gioventù impensierata: agli arresti, ma subito: agli ar-re-sti.

Con Sade e Masoch, l'infortunio dell'etica coniugata alla morale (la morale della legge, del bene, della volontà del giusto) ha conosciuto le sue vertigini. Infortunio accecato, travolto dall'irruzione del comico nel pensiero, nella scrittura extra-linguistico-letteraria. Così più o meno Deleuze: "vi è stato un solo modo di pensare la legge, una comicità del pensiero fatta di ironia e umorismo". Più  di qualcuno ha riconosciuto in Sade la più alta e significativa persona etica della umana storiella. Non v'è niente d'erotico in Sade; v'è tutt'altro. Nella ripetizione orgiastica de-ri-sessualizzata all'infinito dall'apatia del fantasma sadiano, fino alla prostituzione universale, oralmente invocata da Sade nella Filosofia nel boudoir, dalla calunnia, al furto, all'incesto, allo stupro, alla sodomia, al delitto, eccetera... Prerogative queste elette a istituzioni fondamentali d'ogni rigorosa repubblica. L'umorismo erotico pervade tutta l'opera di Masoch. Comico e porno invece vanno a braccetto in Franz Kafka. L'edificio sadiano è strutturato a scatole cinesi: nella più grande c'è la più piccola, nella più piccola l'impossibile. La spropositata emissione di sperma equivale alla quantità di salivazione retorica: stupro e sodomia del linguaggio nella criminalità della scrittura. La trasgressione del linguaggio è la trasgressione morale. E di fatto la poesia, non il poetico dell'anima bella, per dirla con Roland Barthe, ...la poesia, che è il linguaggio stesso delle trasgresioni del linguaggio, la poesia è sempre contestatrice. Come Rimbaud ha sculacciato la bellezza, Sade ha ecceduto il linguaggio nella criminalità della scrittura, vanificandone ogni possibile lettura a livello di rappresentazione letteraria del reale, ridicolizzando ogni interdizione interventistica della legge, nel suo e nel nostro tempo. Della legge, che insiste ancora nell'interdire la diffusione delle sue opere, la cui mostruosità consiste essenzialmente nel cortocircuito frastico del discorso, nell'ironia esasperata dalla reiterazione orgiastica dove il fatto coincide con tutto detto (il toute dit), già raccontato ai protagonisti libertini della perversione puntualmente serale delle narratrici. L'oltraggio irrappresentabile come attentato sadiano alla moralità della scrittura, nel corpo di un suo libro. Una pagina, quasi una velina, sembra sovrapporsi a un'altra e quest'altra a un'altra ancora, nello stesso tempo, moltipicando lo strabismo del lettore. Quest'oltraggio non costituisce una lettura de-genere, ma è decisamente fuori da ogni ordine letterario. Mai come in questo nostro tempo, tra i più sanguinari e insignificanti, mai s'è tanto abusato di parole quali fratellanza, governo, solidarietà, tolleranza, pacifismo, ecc... Mai nessun altro tempo fu come questo così parodisticamente etico e perciò risibilmente amorale; mai nei suoi singoli infettato da plusvalori di moralità, tanto che si è costretti a sconfinare nella cronaca nera per reperirvi una qualche figuraccia patologicamente etica. Siamo asfissiati da una massa così sciatta, amorfa e, paradossalmente, intraprendente, che non ci sentiamo in compenso oppressi - finalmente! - da nessuno equivoco moralistico. E non è poco. Nell'insignificanza della tirannia delle plebi, il vilipendio banale della pornografia contemporanea, nella idolatria insensata della società delle immagini, travolta dalla sua propria volgare insulsaggine caleidoscopica nelle edicole e nei ritrovi a luci rosse, è il motore della parola nella clonazione mediatica di massa, irrimediabilmente assordata dal mercatino delle visioni, nel cimitero planetario della vocalità tumulata. Una massa accecata e perciò inetta ai davvero trasgressivi invisibili piaceri d'ogni lettura scritta, in balia dei valori moralistici d'accatto, incapace di ridere delle nomenclature. La legge è il desiderio represso eccetera... Una massa ignobile al punto da stupire della frequenza del crimine consumato in seno alla sua stessa famiglia, perché non riesce a considerare la famiglia come crimine. Quanto ai comportamenti del femminile odierno, pur di adeguarsi alla volgarità politica del mercato, la donna si traveste di tutt'altro, degenerando in ibrido, fino alla più funesta conseguenza: abdicare alla propria congenita stupidità, invidiabile, alla spensieratezza, in cambio della sciagurata omologazione sociale, nella sua pensierosa mascolinità impotente. E dire che, per non so quanti vite consacrate all'esercizio scenico del de-pensamento, flettendo fino al ridicolo l'algido irrompere del comico nell'immediata sospensione del tragico, smemorato, mentecatto, immemore nell'abbandono, il più dis-voluto, proprio spiando l'idiozia dell'arte, ho perseguito - e quanto devotamente! - la beatissima grazia della stupidità.
Sono ancora vergine! Che diranno le mie amiche?! Quanto saranno gelose! Sono sposate a dei filistei; per loro quella certa cosa è capitata pesantemente, brutalmente, subito dopo il ballo, senza che vi fossero preparate; prima di potersi raccapezzare, sono state giusiziate, si sono beccate quella certa cosa come l'ultima mazzata d'una giornata sfiancante. E io, invece, eccomi qua fresca fresca: arroventata dagli amplessi della notte, con davanti a me tutta una giornata per far galoppare l'immaginazione e aguzzare i nervi nell'attesa. E' proprio vero, gli artisti restano artisti in tutto. Ah, l'arte!, come dice il mio buon principe. Sono felice! Quanto saranno gelose le mie amiche!

[... Ma a che ora s'è alzato?... Ha lavorato
... Mica tanto divertente. Bisognerà che li legga tutti i suoi libri. Oh! quanto l'amerò! ]

Quattro momenti su tutto il nulla - il linguaggio

Finalmente, una trasmissione impossibile, anacronistica, mi veleggia, volteggia, l’essere frequentato dall’errore del vero sí come soffio asincrono della vita impensata. Ecco, non dico niente. Sto precisando in voce che non dico niente. Un "non dico niente" che, così, risuona. Non dico niente. Soffio di vento, divento soffio. Importa solamente come suono, questo non dico niente. Anche se orale, è niente fuori da timbro e tono. Aria d'ascolto emessa da un pensato logico senso? No. E perchè nulla, nulla m’è consentito dire che non sia equivoca volontà intenzionata di questa mia identità, vanita? Io sono il vortice inpensato della trottola, il movimento e la sua negazione, sono l'anti-umanesimo, Lorenzaccio che decapita le statue, Aguirre che si firma il traditore: Carmelo Bene, perché, soggetto alla necessità del nome, come rassegnazione al destino. Così come il tutto interdisciplinare mi indisciplina nel degenere estetico, mi sono degradato anche a poeta, ho scritto la voce, troviero d’un poema, ‘l Mal de’ Fiori’, perché leggere è scrivere il soltanto lettore è un fuori tema, è un parvenu di fronte a un foglio sempre più sbiancato. Ho di-scritto la voce con quella nostalgia che riserviamo alle cose che non sono mai state, da per sempre mancate; le cose, queste, sole, indimenticabili, nello sconcerto degli spettacoli oltre il senso: teatro senza spettacolo del senso, ricerca impossibile, come rigorosa impossibilità del trovare negli eventi di scena laddove si consuma il rifiuto dell’arte, inteso come rifiuto dell’umano; soprattutto il rifiuto dell’umano linguaggio nella sua eterna fucina delle forme. Ebbene, negli spettacoli sconcerti ho di-scritto la voce dell’inorganico,dell’inanimato, dell’amorfo, del non risuscitato alla smorfia dell’arte lasciandomi possedere dal linguaggio e non disponendone, sí come dato in quasi tutta l’espressiva cartolina del novecento poetico nostrano. Da dove ho cominciato a farla finita una volta per tutte con il di-scorso. Nessun problema finalmente, un incipit è di per sé la fine. La favoletta biblica relativa alla dannazione caotico-linguistica inflitta alla gentaglia tracotante, rea di quell’aver tirato su la torre di Babele, oltre che falsa e stolida, non ha un bel niente di eccezionale; babelica davvero è ogni nostrana erranza linguacciuta nella variazione perpetua di qualsiasi mancato presente in divenire. Siamo quel che ci manca, da per sempre. Lo so, mi sa, che il nostro delirare in voce è un differire la morte, ché noi si muore appena abbiamo smesso di parlare, appena abbiamo smesso l’illusione d’essere nel discorso (consultare Saussure ecc.). È strarisaputo che il discorso non appartiene all’essere parlante. Lo so. mi sa... L’essere è il nulla, dunque noi non ci apparteniamo, quando crediamo d’esser noi a dire, siamo detti. Nel discorso, l’arroganza volitiva d’ogni mia intenzione è irrimediabilmente frustrata e dal momento che non siamo noi i dicenti ad argomentare in voce, ciò che ci frulla in mente, così come non sei, puoi dire nulla. Questa mia voce è me attraverso un medium equivoco di un discorso altro dal presupposto, virgolettato, mio discorso. Il dire è la messa in voce, altra da questo o quel pensiero argomentato, voce che perciò dice nulla (vedi Carlo Sini a proposito della voce e il fenomeno in Derrida). Si può solo dire nulla, destinazione e destino d’ogni discorso. Ma solo questo nulla è proprio quel che si dice: la verità del discorso intesa come esperienza stessa del suo errore. Altro non resta che in tutto abbandono lasciarsi comprendere dal discorso senza appunto la nostra volontà di intenzione.
“Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e Nietzsche mutuato in un distico di Montale). Che miseria, nevvero, che miseria, l’ostentazione risibile del così detto opinionismo nella straripante società dello spettacolo, delle zuffe tv, nelle tribune politiche elettorali, nei convegni accademici, e nei sempre audiovisivi intrattimentacci dove ciascuno a turno è straconvinto di dire proprio la sua, peggio ancora se si illude di mentire, di fingersi come avviene per gli interpreti a teatro, ce n’è fosse uno! Mi sono ripetuto dimostrandolo mille e più volte, che il termine attore ha il suo etimo nell’agere retorico, e nemmeno per sogno nel verbo agire. E, nonostante la solarità della mia lezione, questi frenetici spazzini del proscenio seguitano a naufragare, dove? Nell’identità, scoreggiona del teatrino occidentale, patronale del testo a monte, prosternati davanti alla morale del senso, alla strisciante servilissima venerazione dei ruoli, all’insensatezza psicologica, alla verità verbale coniugata alla più insulsa stucchevole frenesia del moto a luogo, alla rappresentazione, insomma, dei codici di stato, come se a tanta indecenza non provvedesse la virtualità della vita tout court. E non c’è soluzione, perché non basta soltanto non essere ignorantissimi, è il non esserci che è indispensabile. Ma ciò è impossibile se prima non vi siete chiodati qui, nella svuota crapa, che l’io, l’ iioo l’io dell’uomo ha creato Dio e non viceversa, che insomma il vostro Signore inquilino del superattico tra le nuvole non ha giammai disposto del proverbiale talentaccio del chi s’è fatto da sé, e per di più dal nulla. Il catechismo dogmatico devozionale non è teologia, Don Ockham il Dottore addusse a prova dell’Iddio esistenza che noi si può pensare anche le cose che non esistono. Complimentacci Monsignore …acci. Già”

giovedì 17 gennaio 2013

Assenza - "Solo è chi manca e perciò ritorna"

PAIS

¡Surtidores de los sueños
sin aguas
y sin fuente!
Se ven con el rabillo
del ojo nunca frente
a frente.

Como todas las cosas
ideales, se mecen
en las márgenes puras
de la Muerte.

Che mai patologia perversa costringe il miserabile a consegnarsi ai voti claustrali delle Muse? (C.B.)

Ma voi, vivi a casaccio che sputate sulla vita che è stata; voi interpreti arroganti (non solo del passato putrefatto, ma - del non più - presente codificato), voi non sarete mai. Solo è chi manca e perciò ritorna. (C.B.)

El crimen fue en Granada
     a Federico García Lorca
Se le vio, caminando entre fusiles,
por una calle larga,
salir al campo frío,
aún con estrellas, de la madrugada.
Mataron a Federico
cuando la luz asomaba.
El pelotón de verdugos
no osó mirarle la cara.
Todos cerraron los ojos;
rezaron: ¡ni Dios te salva!
Muerto cayó Federico.
- sangre en la frente y plomo en las entrañas.
... Que fue en Granada el crimen
sabed - ¡pobre Granada! -, en su Granada...

II

EL POETA Y LA MUERTE

Se le vio caminar solo con Ella,
sin miedo a su guadaña.
Ya el sol en torre y torre; los martillos
en yunque - yunque y yunque de las fraguas.
Hablaba Federico,
requebrando a la muerte. Ella escuchaba.
"Porque ayer en mi verso, compañera,
sonaba el golpe de tus secas palmas,
y diste el hielo a mi cantar, y el filo
a mi tragedia de tu hoz de plata,
te cantaré la carne que no tienes,
los ojos que te faltan,
tus cabellos que el viento sacudía,
los rojos labios donde te besaban...
Hoy como ayer, gitana, muerte mía,
qué bien contigo a solas,
por estos aires de Granada, ¡mi Granada!"


III

Se le vio caminar...
Labrad, amigos,
de piedra y sueño, en el Alhambra,
un túmulo al poeta,
sobre una fuente donde llore el agua,
y eternamente diga:
el crimen fue en Granada, ¡en su Granada!
Antonio Machado


mercoledì 26 dicembre 2012

Quattro momenti su tutto il nulla: l'arte

Momento 4°


Parlami! Ti ho invocato nelle notti
serene, ho spaventato gli uccelli
addormentati tra i silenziosi rami,
per chiamare te...
Ho risvegliato i lupi montani
ho appreso alla caverne a riecheggiare
invano il nome tuo adorato; tutto
rispose, tranne la tua voce. Parlami!
Ho errato sulla terra e non ho mai
trovato a te l'uguale. Parlami!
T'ho cercato tra le stelle a vanire,
ho contemplato il cielo inutilmente,
senza trovarti mai. Parlami! Guarda,
i demoni a me attorno hanno pietà
di me che non li temo e ho pietà
per te soltanto. Parlami! Sdegnata,
se vuoi, ma parlami!... Dimmi...
non so che cosa, ma che io ti senta
una volta ancora...



J' suis jaune et triste, hélas!
Elle est ros', gaie et belle!
J’entends mon cœur qui bat,
C'est maman qui m’appelle!

Non, tout l' monde est méchant,
Hors le cœur des couchants,
            Tir-lan-laire!
            Et ma mère,
Et j' veux aller là-bas
Fair' dodo z'avec elle...
Mon cœur bat, bat, bat, bat...
Dis, Maman, tu m'appelles?

Beata ludovica Albertoni - Vous chantez comme un bengali
Un bengali bien égoïste
Qui ne veut plus qu’être un artiste
Et tenir le reste en oubli,
Ah ! Triste, triste, triste, triste

T'occupe pas, sois Ton Regard,
Et sois l'âme qui s'exécute ;
Tu fournis la matière brute,
Je me charge de l'œuvre d'art.
Accidenti ai quattrini! accidenti alla cartaccia moneta: questa orrenda matrigna dell’arte... di tutte le arti ... mestiere infame, questo dell’artista, da sempre, nell’eterno quotidiano della vita invivibile, indissolubilmente coniugato alla piccolo-borghese fatalità del miserabile! Coniugato a tal punto che quest’ultimo, poveraccio spregevole termine potrebbe benissimo sostituire l’altro (cioè quello dell’artista) in un più intransigente dizionario. A un individuo abbiente e rispettabile non verrebbe mai in testa di vivacchiare con ciò che è detto "arte". Arte: il più astruso e stupido tra gli espedienti. Non venitemi per carità a dire che si frequenti un’arte proprio perché stregati dalla implicita stupidità.  No, non è così. Chiunque è in grado d’essere un idiota restandosene quieto e scioperato. Che mai patologia perversa costringe il miserabile a consegnarsi ai voti claustrali delle Muse ... A chiodarsi all’infamia della crocetta estetica... Son tante, troppe le motivazioni. E tutte mica tanto decorose, a cominciare dalla vanità esecrabile dello stimolo maternale insensato dis-umano.  Al famigerato ruotare attorno al solito perno dell’esser padre delle proprie opere, farina del suo sacco, parto du sua esclusiva fantasia, intellettiva maternità virile, ecc... ecc... eccetera... Come fosse possibile, scontato, l’essere autori d’un qualche cosa. L’autorialità è un doppio falso: nell’idea che la origina e nell’artificio che quell’idea stravolge, realizzandola.
Un altro impulso alla minacciosa professione estetica è senza dubbio costituito dall’ansia individuale d’esprimersi, cioè manifestarsi attraverso la produzione di materiali eterogenei, infiocchettati, quanto — si crede — basti a suscitare l’emozione spettatoriale (simultanea al configurarsi dell’oggetto bello) e all’attenzione della stima critica... Ma se codesto — chiamiamolo risultato artistico — è così vilmente subordinato al successo decretato dalla visione altrui e all’apprezzamento critico, la fantomatica aristocrazia del simbolico lavoro è degradata a vilissimo posto di lavoro, se non addirittura svergognata a dopo-lavoristico galeotto sollazzo. Senza, per giunta, trascurare il fatto che, sulla scorta insana di eccezionali precedenti illustri, la massa degli addetti all’artificio è spesso incauta vittima di alterazione psichica, stordimento alcolico, narcotico, fino alla più gratuita autodistruzione.
- E adesso Kate, mi dirai il perché
di queste lacrime in cui t'ho trovata
O tu che ieri non mi conoscevi
e che stamane trovi naturale
i miei baci

- Oh, no, mai!

- Seguita, Ofelia, seguita!

- Ma sì, ecco: fu mentre mi vestivo; andavo ripetendo tra me e me il monologo della chiesa, e tutt'a un tratto il cuore mi s'è disciolto di nuovo in lacrime, e mi sono lasciata andar giù sul pavimento. Se tu sapessi che gran cuore ho io! Ah!, non ne posso più di questa esistenza cinica, vuota! Domani pianto tutto, me ne vado, torno a Calais e mi faccio monaca, per dedicarmi ai poveri feriti della guerra dei Cent'anni!

- ... Ma tu credi davvero che davanti al pubblico
d'una capitale, sotto le luci della ribalta
l'effetto sarebbe travolgente...
che la gente per via mi guarderebbe
scioccata dal mio triste portamento?
... E che qualcuno magari s'ammazzerebbe
davanti all'enigma della mia vita?
Sì, pianto tutto anch'io, [sì, ci ameremo,]
ti leggerò tutto, andremo
a vivere a Parigi!

- No, Amleto, no, non fà per me; voglio ritirarmi, farmi monaca, curare i poveri feriti dell'incresciosissima guerra dei cent'anni... E pregare per te!

- Mai Kate, mai! Asciuga te ne prego quei begli occhi interessanti
termina di vestirti. T'amo, t'amo,
e tu mi dirai grazie per questa immensità!
... Cristo!, non ero che uno scolaretto!
Mi mancava la prova della ribalta.
Io non ho ancora dato nemmeno un quarto
di quanto ho dentro... E lei,
com'è sinceramente,
chimericamente bella, lei: quegli occhi suoi che sanno tutto tutto
e a volte niente niente.
Il suo essere è temprato per far cose
di cui si parlerà tra un millennio.
Ci capiamo, noi due, faremo colpo.
Come Ofelia, ha quell'aria formalista
ma che la mette in forma lei: sì, voglio amarti
tutta la vita!

[- Effettivamente, non sono poi tanto male.
M'insegnerai a conoscermi a fondo.
Io sono così idonea a essere plasmata!]
Posso darti del tu?
Quando alla dissennata volontà d’esprimersi si coniuga il tarlo ambizioso della comunicazione, ecco instaurato il circolo vizioso dell’estetica contemporanea: estenuante ricerca di un uditorio convocato a subire tanto insistente esibizionismo. La storia dell'arte, salvo rarissime eccezioni che la eccedono, appunto, è una routine consolatoria e decorativa. E qui nessuno ha voglia d’essere consolato. Anzi, intende restare inconsolabile. Decoro e non décor. Non è qui il caso di commiserare ancora la malafede dell’usurata vocazione al bello, o al bello-brutto che sia, perché qualsiasi scappatella estetica, qualunque impresa artistoide è già ideologicamente condizionata dal pre-concetto del bello in sé. Altro che scelta e libertà espressiva! L’intento è già esitato.
L’arte come servizio sociale... ma è un servirsi degli altri al solo scopo d’uno sfrontato personalissimo tornaconto nel riconoscimento pubblico. Già, il riconoscimento pubblico. Artisti (miserabili) e relativi (miserabili) fruitori. Lo schizzinoso, platonico "distinguo" tra originali, simulacri e copie: riflesso innumere di replicanti: genia clonata. Eh! L’arte!... rompicapo demenziale nel de-cretino favoreggiamento d’ogni ministero dei beni culturali, istituito a vezzeggiare le morte croste d'autore, al solo scopo di scongiurare la vertigine del presente impensato della vita, ad arrangiare lager museali per turisti che abusano del proprio tempo incomprensibilmente libero. Vediamo d’uscirne evitando inutili gineprai. Tutto il falso problema della produzione aristica è sempre questo pervenire a questa o a quella forma e comunque, solamente a una forma (identificata al suo contenuto); ma questa forma è nient’altro che una traccia residuale di un chissà che altrove, tuttavia, inespresso e puntualmente tollerato e spacciato dall’artista. Che fare? È chiaro, quanto meno nell’intento e nel metodo: bisogna eccedere le forme. Una sottrazione, questa: che si può ottenere anche tramite un sistema additivo, evitando insulsaggini come il quadro bianco, il teatro nel teatro, la musica fortuita, ecc... ecc... eccetera... Una sensazione, non è forse questo l’unico auspicabile riconoscimento d’ogni prodotto estetico?... Una sensazione incorpora tutti i nostri sensi e ciò mi suggerisce la figura d’un artefice che, attendendo a un’opera, vi proceda con il concorso d’ogni artificio disciplinare, rifiutando qualsivoglia specifico d'arte.
Così operando (nel senso, appunto, chirurgico d’un coroner), evita di scempiare il suo oggetto-cadavere, amputandolo di questo o di quell’organo. E proprio in questa apprensione quasi tensione interdisciplinare, merita a questo artefice la sacrosanta indisciplina, rigorosissima indisciplina, la grazia, insomma che, sola, ultracosciente necessità, lo affranca dalla penosa individuabilità che contrassegna il genere specifico dell’artista. Quando ci si dice: "io non sono pittore, è allora che bisogna dipingere" (Van Gogh). Né pittore, né musico, né letterato, attore, ecc... È questa estrema, totalizzante, globalità d'artefice a spacciare qualunque relatività d'artista, decretando anche il tramonto definitivo della critica settoriale. Ecceduta l’arte — della Storia dell’arte! — è finalmente vanificato ogni imbellettamento critico dell’esistenza.
Un cuore e basta e degli sguardi senza le smanie della conquista. Sono così estenuato d'arte, questo ripetermi. Che mal di testa!
Sì, come ho detto altrove a proposito della voce (fonesi scritta e orale), della voce variopinta nei pittogrammi della scrittura, è visibile anche tantissima musica (eccettuata la schopenhaueriana volontà cieca in Rossini). Mi fastidia, soprattutto nello specifico delle arti visive, questa volgarità dell’immagine come mediazione, come tara ereditaria delle categorie ontologico-linguistiche del pensiero. La mia frequentazione cinematografica è ossessionata dalla necessità continua di frantumare, maltrattare il visivo, fino, talvolta, a bruciare e calpestare la pellicola. M’è riuscito filmare una musicalità delle immagini che non si vedono, per di più seviziate da un montaggio frenetico. Questa mia fobia dell’immagine non è iconoclastia fine a sé stessa; l’ho dimostrato in scena eccedendo il teatrino del testo, fino a separare il teatro dello spettacolo, così come nella teoria della crudeltà di Antonin Artaud, quel che conta nell’arte non è il prodotto artistico, ma il prodursi dell’artefice in rapporto al quale (qui Jacques Derrida è impeccabile!) l’opera non è che una ricaduta residuale, un escremento (nell’etimo: ciò che si separa e cade dall’organismo vivente, dalla vita). L’arte è la vita come irripetibilità dell'evento, vivente una volta sola. E perciò l’opera è il materiale morto, è il cadavere evacuato dall’evento. Il destino d’ogni opera d’arte non è nell’opera. È arte all'opera, è il prodursi dell’artista che trascende l’opera, è la sensazione che ci investe davanti alle tele di Francis Bacon. Un genio è soprattutto colui che eccede le sue opere. L’atto dell’esecuzione artistica è più determinante dell’opera esitata. E qui cito ancora Derrida alla lettera: Il genio lascia delle tracce, delle opere, dei residui, ma quanto è veramente geniale e artistico si trova nel ductus, nel gesto della firma, più che in ciò che resta della firma. Da qui, ogni arte sarebbe senza opera e, forse, senza artisti. Ormai ridotta a una sorta di collage di massa, qualunque impresa artistica ha la sorte che merita: dall’evasione dalla vita alla labirintite intellettuale, dalla reiterazione del teatro totale wagneriano alle traveggole del multimediale, dalla volubile gratificazione del mercato alla burocrazia della committenza democratica. L’artefice non è mai autore d’una propria opera. È di per sé, semmai, un capolavoro vivente.
Oh quest'ora fugace...
Ah ritrovare il modo
di restar così in vena
per l'autunno che viene...

Perché non son caduto ai tuoi ginocchi
Perché non sei svenuta ai miei piedi
Sarei stato il modello degli sposi
come il frou-frou della tua veste
è il modello dei frou-frou